Mi ha sempre colpito questo proverbio perché l'ho sempre sentito come una presa in giro di chi fino a quel momento ha cercato di vivere , chi più chi meno, in diversi modi, nei giorni del tempo del Natale, un momento di serenità e gioia. Se una festa è capace di portare via tutto ciò che l'ha preceduta, non è una festa ma una grande tristezza. E se è vero che si spengono le luci e i colori, che finiscono le euforie dei cenoni e dei concerti, io non posso assolutamente pensare che quel bisogno di festa che ogni uomo porta nel cuore possa essere spazzato via dal volta pagina del calendario o dalla fine delle ferie o vacanze che siano. In questi giorni la tristezza ha attanagliato il cuore di tanti di noi nel vedere o nel sentire le bombe sulla striscia di Gaza, ma quel sussulto di umanità che Papa Ratzinger ha chiesto al mondo di avere è diventato per ogni uomo di buona volontà un singhiozzo e un dolore profondo. Credo che anche nella vita della persona più indifferente la tragedia di una guerra non consenta di chiudere gli occhi e le orecchie davanti alle centinaia di uomini e donne e bambini che non hanno nemmeno il tempo di alzare gli occhi al cielo.
Ricordo da bambina la mia festa dell'Epifania come un momento bellissimo, ricco di doni, poveri, semplici, ma enormemente grandi agli occhi miei e dei miei fratelli, ricordo la festa nell'oratorio salesiano e le corse con i sacchi, ricordo la notte di un anno quando io e mio fratello ci siamo alzati nel cuore della notte per giocare nel salotto con la nostra prima ed unica bicicletta , ricordo la tombola giocata a suon di noccioline e di mandarini con i nostri nonni! No, la festa non finiva quel giorno, la festa continuava grazie al clima del Natale appena trascorso quando si riusciva a fare un primo passo verso il perdono delle inevitabili beghe di famiglia che durante l'anno e a volte per anni e anni avevano amareggiato piccoli o grandi, quando si riusciva a pensare a chi stava peggio di noi e si condivideva anche il carbone , quando si sentiva l'esigenza di stare insieme non davanti alla televisione ma davanti al profumo di certi dolci che solo in quei giorni vedevi sbucare fuori dagli armadi accompagnati da qualche bottiglia conservata per le belle occasioni. E si cantava!
In monastero nei giorni che seguono il Natale, le monache (credo che sia così per tutti gli ordini religiosi) , cantano la sera le canzoncine antiche del natale, davanti al presepio, quelle che una volta si cantavano per le strade o nelle chiese di paese. Quelle che ci sono state tramandate da secoli, sempre le stesse e che magari oggi fanno anche un po' sorridere per la loro strana poesia, ma che avevano ed hanno il magico potere di custodire nel cuore il più profondo bisogno di pace che l'uomo vive nel suo cuore.
Non lasciamo che nessun proverbio e meno che meno nessun problema ci porti via dal cuore questo bisogno e per quanto ci è possibile costruiamo ancora giorni di festa per noi e per gli altri. Le tragedie di chi perde una persona cara nel modo più infame possibile o di chi perde un lavoro o di chi conta i giorni e i minuti sopra un letto di sofferenza o di solitudine o di chi sbarra gli occhi davanti ad un carro armato non uccidano mai la nostra speranza e la nostra possibilità di cercare il bene e di detestare il male con tutte le nostre forze. Ciao!